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C’era una volta, in una cameretta dalle pareti color carta da zucchero e tappeti così morbidi che sembrava di camminare sulle nuvole, un bambino di nome Leo. Leo era un esploratore coraggioso di giorno, ma quando arrivava la sera e le ombre si allungavano sul pavimento come dita sottili, sentiva un piccolo brivido risalirgli lungo la schiena. Suo nonno gli diceva sempre che le migliori storie di paura da leggere sono quelle che finiscono con una risata, ma Leo non ne era del tutto convinto, specialmente quando sentiva quel misterioso «scric-scroc» provenire proprio da sotto il suo letto a castello. Quella notte, la luna era tonda e d’argento, e gettava una luce pallida sui suoi giocattoli, trasformando il suo orsetto di pezza in una sagoma misteriosa. Leo strinse forte il suo piumone, sentendo il profumo di bucato fresco e lavanda, e decise che era giunto il momento di affrontare il mistero. Con il cuore che batteva come un tamburo in festa, prese la sua torcia elettrica gialla e, con un respiro profondo, si sporse oltre il bordo del materasso.
Invece di trovare un drago sputafuoco o un fantasma dispettoso, la luce della torcia illuminò due enormi piedi blu, ricoperti di una pelliccia soffice che ricordava lo zucchero filato delle fiere. «Ehilà?» sussurrò Leo con un filo di voce, facendo oscillare il fascio di luce. Sotto il letto, raggomitolato tra una vecchia scarpa da ginnastica e un albo da colorare dimenticato, c’era un mostro. Ma non era un mostro qualsiasi: aveva tre occhi grandi e tondi come arance, un naso rosa a patata e un paio di corna corte che sembravano fatte di velluto. La creatura si coprì gli occhi con le zampe artigliate, ma le sue unghie erano dipinte di un verde brillante e glitterato. «Oh no, ti prego, spegni quella luce abbagliante!» esclamò il mostro con una voce che somigliava al ronzio di un grosso bombo. «Le storie di paura da leggere dicono che i bambini sono creature feroci che catturano i mostri con le loro torce magiche! Mi hai spaventato quasi a morte, piccolo umano!»
Leo, sorpreso dal fatto che il mostro avesse più paura di lui, spense subito la torcia e si sedette sul tappeto. «Io non sono feroce, mi chiamo Leo. E tu chi sei?» Il mostro fece capolino da sotto il letto, muovendosi con una grazia goffa che fece sorridere il bambino. «Io sono Bumbù,» rispose la creatura, emanando un leggero profumo di biscotti alla cannella. «Vengo dal Regno del Sotto-Sotto, dove tutto è fatto di ombra e silenzio. Ma vedi, io ho un piccolo problema: ho una paura tremenda del buio pesto. Sotto il tuo letto c’è un po’ di luce che filtra dalla finestra, ed è l’unico posto dove riesco a chiudere occhio senza immaginare che ci siano dei calzini mangia-mostri pronti ad attaccarmi.» Leo non riuscì a trattenere una risatina. Era incredibile pensare che un mostro così grande e peloso potesse temere l’oscurità proprio come lui. La stanza non sembrava più un luogo pieno di pericoli, ma un rifugio accogliente dove due nuovi amici potevano scambiarsi segreti.
«Sai Bumbù,» disse Leo, invitando il mostro a sedersi accanto a lui sul tappeto, «anche io a volte ho paura. Pensavo che quel rumore, lo scric-scroc, fosse il suono di qualcuno che voleva rubarmi i giocattoli.» Bumbù arrossì, diventando di una sfumatura di viola violaceo. «Scusami, erano solo le mie ginocchia che scricchiolavano. Sono un po’ arrugginite perché passo troppo tempo a nascondermi. Però, se vuoi, possiamo farci compagnia. Mia nonna mostro diceva sempre che la paura è solo un’emozione che ha bisogno di un abbraccio per calmarsi.» Leo annuì e andò a prendere una scatola di biscotti che teneva nascosta nel cassetto del comodino. Insieme, il bambino e il mostro blu sgranocchiarono frollini croccanti, sentendo il rumore rassicurante delle briciole che cadevano sul tappeto. Bumbù mostrò a Leo come fare le ombre cinesi sul muro usando le sue tre mani (perché sì, aveva anche un braccino piccolo nascosto sulla pancia), creando figure di farfalle giganti e coniglietti saltellanti.
Le ore passarono veloci e la paura iniziale si era trasformata in una calda sensazione di meraviglia. Leo spiegò a Bumbù che le ombre non erano mostri, ma solo il modo in cui la luce giocava con gli oggetti. «Guarda quella forma lunga sulla parete,» disse Leo indicando un’ombra sottile. «Non è un serpente, è solo la mia mazza da baseball appoggiata alla sedia.» Bumbù osservò attentamente e toccò l’ombra con la punta del dito peloso. «Hai ragione, Leo! E quel mostro con mille braccia nell’angolo è solo il tuo appendiabiti pieno di giacche.» Risero insieme, e il suono delle loro risate riempì la stanza, scacciando via ogni residuo di timore. Anche le storie di paura da leggere che Leo aveva sentito a scuola sembravano ora racconti buffi di mondi lontani e amichevoli. Il buio non era più un vuoto nero, ma un mantello scuro che proteggeva i loro giochi e i loro sogni.
Quando la luna iniziò a scendere verso l’orizzonte e le prime luci dell’alba tinsero il cielo di un rosa delicato, Bumbù sbadigliò, mostrando una lingua bluastra e morbida. «Sono così stanco ora, Leo. Grazie per avermi mostrato che non c’è nulla di cui aver paura in questa stanza.» Leo aiutò il suo nuovo amico a sistemarsi comodamente. Invece di tornare sotto il letto, Bumbù si rannicchiò ai piedi della coperta, trasformandosi in una specie di enorme cuscino vivente e tiepido. Leo si distese di nuovo nel suo letto, sentendo il calore della pelliccia di Bumbù contro i piedi. Il ritmo regolare del respiro del mostro era come una ninna nanna silenziosa che cullava i suoi pensieri. Non c’erano più scricchiolii sospetti, solo il suono della pace che regnava nella casa mentre il mondo fuori cominciava a svegliarsi lentamente.
Il sole entrò timidamente dalla finestra, baciando la fronte di Leo. Il bambino aprì gli occhi e, per un momento, pensò di aver sognato tutto. Ma quando guardò ai piedi del letto, vide una piccola scia di glitter verdi sul tappeto e sentì ancora nell’aria quel dolce profumo di cannella. Bumbù era tornato nel suo regno, ma aveva lasciato un biglietto scarabocchiato su un pezzetto di carta da zucchero: «Ci vediamo stasera per un’altra avventura senza paura». Leo sorrise, sapendo che non avrebbe mai più temuto lo spegnersi della luce. Si rimboccò le coperte per un ultimo minuto di relax, sentendosi protetto e felice. La notte era stata magica e la sua camera era diventata il posto più sicuro del mondo, perché aveva imparato che dietro ogni ombra può nascondersi un amico che aspetta solo di essere conosciuto.
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